Il presidente del Consiglio Europeo, António Costa, e la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, hanno ribadito questo mercoledì il loro sostegno "fermo" alla Corte Penale Internazionale (CPI) e alla sua presidente, Tomoko Akane, dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato sanzioni contro la magistrata giapponese e un altro giurista del tribunale.
"La presidente Von der Leyen e io siamo fermamente al fianco della Corte Penale Internazionale, della sua presidente, Tomoko Akane, e dei funzionari che difendono la sua missione", ha dichiarato Costa in un messaggio diffuso sui social media, una dichiarazione che è stata altrettanto condivisa dalla capo dell'Esecutivo comunitario.
In quella comunicazione congiunta, i dirigenti delle principali istituzioni dell'Unione Europea hanno messo in evidenza la rilevanza del tribunale con sede all'Aia nella persecuzione dei crimini più gravi. "La CPI aiuta a fare giustizia per le vittime di alcuni dei crimini più orribili del mondo", hanno sottolineato.
Allo stesso modo, hanno insistito sull'importanza di garantire l'autonomia del tribunale di fronte a ingerenze di altri Stati o attori esterni. "Per svolgere questo lavoro essenziale, i suoi giudici e funzionari devono poter agire con indipendenza e senza pressioni esterne".
La posizione espressa da Costa e Von der Leyen arriva un giorno dopo che il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha comunicato l'inclusione nella sua 'lista nera' di Akane e dell'avvocato senegalese Abdoulaye Seye per il loro coinvolgimento nelle indagini aperte dalla CPI su presunti crimini di guerra commessi a Gaza.
Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha difeso la decisione sostenendo che entrambi avrebbero "partecipato direttamente alle iniziative della CPI per indagare, arrestare, incarcerare o processare funzionari" di governi che non hanno firmato lo Statuto di Roma, qualcosa che, ha avvertito in un comunicato, "stabilisce un pericoloso precedente per tutte le nazioni".
Nel novembre 2024, la CPI ha emesso ordini di cattura contro il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e l'allora ministro della Difesa, Yoav Gallant, per presunti crimini di guerra e crimini contro l'umanità legati all'offensiva militare iniziata più di un anno prima sulla Striscia di Gaza.