La “tassa Google” raccoglie il 68% in meno rispetto a quanto previsto da Sánchez per finanziare i servizi pubblici

La tassa sui servizi digitali ha incassato quasi 3.300 milioni di euro in meno rispetto alle previsioni tra 2021 e 2025, una cifra praticamente equivalente ai 3.334 milioni stanziati per i corridoi ferroviari Atlantico e Mediterraneo negli ultimi PGE approvati da Sánchez. L’Istituto di Studi Economici attribuisce lo scostamento alle carenze dell’impianto tributario e avverte dei suoi costi per le imprese spagnole

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Nell’anniversario quinto della cosiddetta, 'tassa Google', un gruppo di esperti di economia e diritto tributario, con i quali DEMÓCRATA ha avuto occasione di parlare questo mercoledì, è giunto a una conclusione dopo aver analizzato il funzionamento di tale figura tributaria, l’imposta approvata dal Governo di Pedro Sánchez nel 2021 per gravare determinati servizi delle grandi compagnie digitali e contribuire a finanziare i servizi pubblici: tra il 2021 e il 2025 la 'tassa Google' ha incassato il 68 % in meno rispetto a quanto si prevedeva quando è stata approvata.

Le conclusioni, riportate nei lavori di Gregorio Izquierdo Llanes, Fernando Pinto Hernández, Alfredo Miguel Cabezas Ares, Cristina Enache, Íñigo Egea Pérez-Carasa e César García Novoa, fanno parte dell’ultimo studio del Instituto de Estudios Económicos (IEE), Impuesto sobre determinados Servicios Digitales (IDSD), presentato in un atto presso la CEOE a cui ha assistito questo quotidiano.

La differenza è considerevole: 3.290 milioni di euro tra le entrate che il Governo si aspettava di ottenere e quelle effettivamente incassate. Per inquadrarla, DEMÓCRATA si è rivolta agli ultimi Bilanci Generali dello Stato approvati da Sánchez, relativi al 2023. In quell’esercizio, il Ministerio de Transportes ha stanziato 3.343 milioni di euro per i corridoi ferroviari Atlantico e Mediterraneo: 1.648 milioni per il primo e 1.695 milioni per il secondo. Se fossero state rispettate le previsioni della tassa Google, le entrate aggiuntive sarebbero state praticamente equivalenti a tale investimento annuale. Il confronto illustra la portata dello scostamento, anche se si riferisce a una previsione fiscale non adempiuta, non a risorse che la Hacienda avrebbe potuto avere disponibili.

La riscossione, tuttavia, è solo una parte del problema. Il rapporto mette in discussione l’efficacia economica e il corretto inquadramento giuridico di un tributo che, secondo gli specialisti, può generare costi superiori alle entrate che apporta alle casse pubbliche. Sebbene si rivolga alle grandi multinazionali tecnologiche, parte del suo onere finisce per essere trasferita alle imprese che utilizzano i loro servizi. A ciò si aggiungono i problemi di doppia imposizione, la complessità amministrativa e il rischio di ritorsioni commerciali da parte degli Stati Uniti.

La brecha de la tasa Google en los PGE -

Una previsione di 968 milioni annuali che non è mai stata rispettata

Il Imposta su Determinati Servizi Digitali (IDSD) è stata approvata mediante la Legge 4/2020 ed è entrata in vigore il 16 gennaio 2021. La sua creazione rispondeva a una difficoltà della fiscalità internazionale: le grandi piattaforme tecnologiche potevano ottenere entrate in Paesi in cui non avevano una presenza fisica sufficientemente adeguata per essere assoggettate a tassazione per i propri profitti secondo le regole tradizionali.

La Spagna ha scelto di istituire un prelievo del 3 % su determinati ricavi digitali, mentre l’OCSE negoziava una soluzione multilaterale.

La memoria economica della legge prevedeva un gettito di 968 milioni di euro annui. I ricavi effettivi sono rimasti molto al di sotto. Nel 2025, le finanze statali hanno incassato circa 410 milioni, il 42,4 % di quella stima.

Il bilancio cumulato mostra meglio la deviazione. Tra il 2021 e il 2025, l’incasso è ammontato a circa 1.550 milioni di euro, rispetto ai 4.840 milioni che si sarebbero ottenuti se, durante i cinque esercizi, fosse stata raggiunta la previsione annuale iniziale. La differenza, 3.290 milioni, rappresenta il 67,98 % di quanto atteso.

La conclusione si ottiene confrontando la stima incorporata nell’approvazione dell’imposta con i ricavi effettivamente registrati. Non dipende, pertanto, da una valutazione politica sui suoi risultati.

Per Gregorio Izquierdo Llanes, direttore generale del IEE, e i professori Fernando Pinto Hernández e Alfredo Miguel Cabezas Ares, della Universidad Rey Juan Carlos, il problema va oltre una previsione di gettito disattesa.

La loro analisi sostiene che l’imposta non abbia raggiunto in modo soddisfacente nessuno dei suoi tre obiettivi: ottenere le entrate previste, tassare efficacemente l’economia digitale e fungere da transizione verso un accordo fiscale internazionale. Gli autori mettono inoltre in discussione il rapporto tra l’incasso ottenuto e i costi economici e amministrativi che la sua applicazione genera.

Enache: un’imposta del 3 % che può assorbire il 60 % del profitto

L’economista Cristina Enache, di Tax Foundation Europe, colloca una delle principali debolezze dell’imposta nel suo disegno: l’aliquota Google tassa i ricavi lordi, non i profitti. Pertanto, la sua applicazione non dipende dalla redditività dell’attività e può essere richiesta anche quando l’azienda registra perdite.

Il rapporto lo spiega con un esempio. Se una società ottiene 100 euro di ricavi soggetti all’imposta e 15 euro di profitto, l’onere del 3 % ammonta a tre euro, equivalenti al 20 % dei suoi guadagni. Se il profitto si riduce a cinque euro, mantenendo gli stessi ricavi imponibili, la quota rappresenta il 60 %.

Non si tratta di aliquote effettive generali per le società tecnologiche, bensì di un’ipotesi che permette di comprendere come un’imposta calcolata sui ricavi assorba una proporzione crescente del profitto man mano che i margini diminuiscono.

Enache avverte anche che l’onere economico non ricade necessariamente sulle società tenute a versare il tributo. Le piattaforme possono trasferire parte del costo ai propri clienti tramite aumenti dei prezzi, commissioni o maggiorazioni.

Il rapporto riporta due esempi. Amazon ha annunciato nel 2021 un aumento del 3 % di alcune tariffe della sua piattaforma, mentre Google ha introdotto un sovrapprezzo del 2 % sulla pubblicità servita in Spagna. Le imprese che utilizzano questi servizi per pubblicizzarsi o vendere i propri prodotti, tra cui numerose PMI, sostengono così maggiori costi.

Secondo le stime raccolte dall’IEE, il costo trasferito al tessuto imprenditoriale spagnolo potrebbe collocarsi tra 160 e 230 milioni di euro annui. La cifra equivale circa a tra il 39 % e il 56 % dei 410 milioni raccolti nel 2025.

Si tratta di una stima dell’impatto economico dell’imposta, non di una somma che il Tesoro pretende direttamente dalle società spagnole.

Enache raccoglie anche ricerche internazionali sulla traslazione delle imposte digitali che mettono in discussione che il loro costo ricada esclusivamente sulle multinazionali. Parte può finire per incidere su inserzionisti, venditori e consumatori, con conseguenze per la digitalizzazione e la competitività.

Egea: i costi amministrativi e la doppia imposizione

Íñigo Egea Pérez-Carasa, associato senior del dipartimento Finanziario e Tributario di Cuatrecasas, analizza le difficoltà pratiche e giuridiche di un’imposta che grava su determinati servizi di pubblicità digitale, intermediazione online e trasmissione di dati.

L’IDSD si applica a gruppi il cui fatturato mondiale supera i 750 milioni di euro e i cui ricavi soggetti al tributo in Spagna superano i tre milioni, conformemente alle regole legali di calcolo.

Uno delle principali difficoltà consiste nel determinare dove si trovano gli utenti e quali entrate devono essere attribuite al territorio spagnolo. A tal fine, le società hanno bisogno di sistemi di localizzazione, registri delle operazioni e documentazione sui metodi utilizzati per calcolare la base imponibile.

Egea avverte, inoltre, del rischio di doppia imposizione economica. Le entrate tassate dall’IDSD possono far parte anche dei profitti sottoposti all’imposta sulle società nel Paese di residenza della multinazionale.

Poiché la legge spagnola configura l’IDSD come un’imposta indiretta, normalmente non rientra nei meccanismi di compensazione previsti dalle convenzioni internazionali per evitare la doppia imposizione sul reddito.

Il risultato può essere un onere fiscale aggiuntivo che non viene neutralizzato mediante gli abituali strumenti convenzionali, a cui si aggiungono i costi di conformità per le società interessate.

García Novoa mette in discussione la natura giuridica dell’imposta

Il professore universitario César García Novoa, della Università di Santiago de Compostela, solleva un’obiezione che incide sui fondamenti del tributo: la sua natura giuridica potrebbe non corrispondere alla qualificazione che la legge gli attribuisce.

La Legge 4/2020 definisce l’IDSD come un’imposta indiretta. García Novoa sostiene, tuttavia, che la natura di un tributo debba determinarsi in base a ciò che realmente colpisce, non in base alla denominazione scelta dal legislatore.

Da questa prospettiva, ritiene che l’IDSD presenti caratteristiche proprie di un’imposta diretta su un componente del reddito d’impresa. Se questa interpretazione dovesse prevalere, potrebbero sorgere conflitti con le convenzioni internazionali sottoscritte dalla Spagna per evitare la doppia imposizione.

Il professore universitario mette inoltre in discussione il metodo utilizzato per determinare la base imponibile. L’imposta attribuisce entrate alla Spagna tramite formule basate sulla localizzazione e sulla partecipazione degli utenti, invece di calcolare individualmente il beneficio ottenuto in ogni operazione.

Questa difficoltà è collegata a una trasformazione dell’economia digitale: le grandi piattaforme possono creare valore tramite dati, attività immateriali e partecipazione degli utenti senza la necessità di disporre di stabilimenti fisici in tutti i Paesi in cui operano.

Per García Novoa, i limiti delle regole tradizionali della tassazione internazionale non giustificano qualsiasi soluzione fiscale. I nuovi prelievi devono rispettare i principi di capacità economica, sicurezza giuridica e coordinamento internazionale.

La sua analisi mette in discussione anche che le soglie stabilite concentrino l’applicazione dell’imposta in determinate grandi multinazionali, principalmente statunitensi, il che può suscitare controversie sulla sua possibile natura discriminatoria.

Queste obiezioni costituiscono un’interpretazione dottrinale sull’inquadramento giuridico del tributo. Non equivalgono a una dichiarazione giudiziale generale di incompatibilità dell’IDSD con le convenzioni internazionali.

Gregorio Izquierdo, Iñigo Fernández de Mesa, Fernando Pinto e Alfredo Miguel Cabezas Ares. Foto: IEE.                                                                                                                                          

Stati Uniti: il rischio di ritorsioni sull’olio, il vino e le manifatture

La controversia commerciale è un altro dei rischi esaminati nello studio.

Il 14 gennaio 2021, due giorni prima dell’entrata in vigore dell’imposta spagnola, l’Ufficio del Rappresentante Commerciale degli Stati Uniti (USTR) ha concluso che l’aliquota risultava discriminatoria o restrittiva per il commercio statunitense.

La pressione ha ripreso rilevanza nel febbraio 2025, quando l’Amministrazione Trump ha ordinato di riesaminare le indagini collegate alle imposte digitali di diversi paesi europei, tra cui la Spagna.

Il rapporto avverte che eventuali ritorsioni potrebbero colpire attività non collegate all’attività tecnologica. L’olio d’oliva, il vino e determinate manifatture spagnole rientrano tra i settori potenzialmente esposti a misure tariffarie.

Se si concretizzassero, tali misure danneggerebbero le imprese esportatrici estranee alla prestazione di servizi digitali. L’IEE presenta questo scenario come un rischio commerciale, non come un danno economico già quantificato.

Una graduale abrogazione con un impatto stimato di 539 milioni sul PIL

Gli specialisti propongono di procedere verso una abrogazione graduale e condizionata dell’imposta.

Secondo le stime economiche raccolte dall’IEE, la sua eliminazione potrebbe aumentare il PIL spagnolo di 539 milioni di euro annui, come conseguenza della riduzione di costi e distorsioni associati al prelievo.

La cifra è una proiezione elaborata a partire dalle ipotesi dell’analisi economica. Non rappresenta un incremento di attività già osservato né garantisce che la soppressione dell’imposta produca esattamente tale risultato.

Gli esperti considerano di collegare la sua eliminazione all’entrata in funzione del Pilastro Uno dell’OCSE, concepito per ridistribuire una parte dei diritti di imposizione sugli utili delle grandi multinazionali verso i paesi in cui si trovano i loro consumatori e utenti.

Un’altra possibilità sarebbe raggiungere un accordo con gli Stati Uniti che offrisse garanzie nei confronti dell’imposizione o della riattivazione di dazi commerciali connessi all’aliquota spagnola.

Cinque anni dopo la sua introduzione, la soluzione internazionale che avrebbe dovuto sostituire questi prelievi nazionali non si è ancora concretizzata. Nel frattempo, la Spagna mantiene un’imposta che, secondo i dati esaminati dal IEE, ha incassato 3.290 milioni di euro in meno rispetto a quanto previsto e il cui disegno economico e giuridico viene messo in discussione dagli specialisti che hanno partecipato allo studio.