Gloria Steinem è morta giovedì a 92 anni. È stata una delle voci più riconoscibili e influenti della seconda ondata del femminismo negli Stati Uniti. Per oltre sei decenni ha difeso l'uguaglianza tra donne e uomini, i diritti riproduttivi e una maggiore presenza femminile nella politica, nel giornalismo e negli spazi di potere. Nel 2021 ha ricevuto il Premio Principessa delle Asturie per Comunicazione e Umanità.
Da giornalista sotto copertura a referente femminista
Nata il 25 marzo 1934 a Toledo, Ohio, Gloria Steinem ha studiato al Smith College e ha trascorso successivamente due anni in India, un'esperienza che ha influenzato la sua concezione dell'attivismo sociale e dell'organizzazione comunitaria.
Uno dei suoi primi lavori con maggiore risonanza è arrivato nel 1963, quando si è infiltrata come cameriera in un club Playboy di New York. Il reportage, pubblicato con il titolo A Bunny’s Tale, ha denunciato le condizioni lavorative e il trattamento riservato alle lavoratrici. L'indagine le ha fornito notorietà, sebbene abbia anche reso difficile per un certo periodo che le testate statunitensi le affidassero questioni lontane dalla condizione femminile.
La sua consolidazione come dirigente femminista si è verificata nel 1969 con la pubblicazione su New York Magazine dell'articolo After Black Power, Women’s Liberation. Il testo ha contribuito a portare nel dibattito pubblico le richieste del movimento di liberazione delle donne.
La creazione di Ms. e il salto nella politica
Nel 1972 ha partecipato alla fondazione di Ms., una delle prime riviste femministe destinate a un pubblico nazionale. La pubblicazione ha portato nei chioschi questioni fino ad allora relegate dai grandi media, come l'aborto, la violenza contro le donne, la discriminazione lavorativa, le cure o la distribuzione diseguale dei compiti domestici.
Steinem ha anche contribuito alla creazione di organizzazioni come il National Women’s Political Caucus, la Women’s Action Alliance e, già nel 2005, il Women’s Media Center, insieme a Jane Fonda e Robin Morgan.
Da quegli spazi ha promosso la partecipazione politica femminile, ha difeso l'Emendamento di Uguaglianza dei Diritti degli Stati Uniti e ha sostenuto pubblicamente il diritto all'aborto. Il suo attivismo si è esteso inoltre alla lotta contro il razzismo, l'omofobia, l'apartheid e diverse forme di violenza e discriminazione.
Figura chiave
L'importanza di Steinem non risiede unicamente nei suoi scritti, ma nella sua capacità di connettere il giornalismo, l'attivismo sociale e l'azione politica. Ha contribuito a trasformare problemi considerati privati —la violenza maschile, la disuguaglianza in casa, la discriminazione professionale o il controllo sulla riproduzione— in questioni di dibattito pubblico.
Ha anche aiutato il femminismo a occupare un posto centrale nei grandi media statunitensi. La sua enorme visibilità la rese simbolo del movimento, anche se lei ha sempre insistito sul suo carattere collettivo e sulla necessità di ascoltare specialmente le donne meno rappresentate.
Il suo percorso non è stato esente da critiche. Alcuni settori femministi hanno messo in discussione il protagonismo che ha acquisito come donna bianca e di classe media, mentre altri hanno rimproverato la sua collaborazione giovanile con un'organizzazione finanziata in modo occulto dalla CIA. Steinem ha riconosciuto quel legame, legato alla partecipazione di studenti statunitensi a festival internazionali durante la Guerra Fredda.
Premio Principessa delle Asturie
Nel 2021 Steinem ha ricevuto il Premio Principessa delle Asturie di Comunicazione e Umanità. Allora la giuria ha sottolineato il suo ruolo come riferimento essenziale nella trasformazione sociale a favore dei diritti delle donne e la combinazione del giornalismo con un'intensa attività intellettuale e politica.
Tra le sue opere più conosciute ci sono Atti scandalosi e ribellioni quotidiane, Rivoluzione dall'interno e La mia vita sulla strada, delle memorie in cui ha raccontato una vita segnata dai viaggi, dall'ascolto e dall'organizzazione di movimenti sociali.
Con la sua scomparsa scompare una delle ultime grandi protagoniste della rivoluzione femminista statunitense degli anni sessanta e settanta. Il suo lascito rimane nella trasformazione del dibattito sull'uguaglianza e in generazioni di giornalisti e attivisti che hanno imparato da lei che l'esperienza personale poteva essere anche una questione politica.