La Corte Suprema condanna una nipote a restituire quasi 30.000 euro per aver continuato a riscuotere la pensione della nonna morta

La Corte Suprema impone due anni di carcere e obbliga una nipote a restituire quasi 30.000 euro per aver continuato a riscuotere per anni la pensione della nonna defunta.

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La Corte Suprema ha imposto a una donna una condanna di due anni di reclusione e l’obbligo di restituire 29.658 euro all’Istituto Nazionale della Sicurezza Sociale, ritenendola autrice di un reato di frode di sovvenzioni per aver continuato a percepire per anni la pensione di sua nonna, già deceduta, senza comunicare la sua morte.

La Sezione Penale, in una sentenza alla quale ha avuto accesso Europa Press, aggiunge come pena accessoria il divieto di ricevere sovvenzioni pubbliche e di beneficiare di vantaggi fiscali o della Sicurezza Sociale per un periodo di tre anni.

Con questa sentenza, il tribunale supremo condanna per la prima volta l’imputata, che era stata assolta sia dalla Audiencia Provincial de Asturias sia dal Tribunal Superior de Justicia del Principado. La Sicurezza Sociale ha fatto ricorso contro tali assoluzioni e il Supremo ha ora accolto il suo ricorso.

I fatti provati dettagliano che la nonna era intestataria di un conto bancario, nel quale figurava anche come cointestataria sua figlia, madre dell’imputata. Su quel conto veniva accreditata ogni mese la pensione di vedovanza. Gli accrediti continuarono dopo il decesso della pensionata nel 1988 e dopo la morte della madre nell’agosto 2013, poiché fino a dicembre 2019 né l’Istituto Nazionale della Sicurezza Sociale né l’ente finanziario ebbero constatazione ufficiale del decesso.

Secondo la decisione, la condannata approfittò di tale situazione per utilizzare il denaro del conto, pienamente consapevole che proveniva unicamente dalla pensione di sua nonna che la Sicurezza Sociale continuava a pagare. Durante quel periodo effettuò prelievi in contanti, trasferimenti, pagamenti con carta e addebiti di bollette a carico di tali fondi.

Nel periodo analizzato, le pensioni accreditate raggiunsero un totale di 61.834,46 euro, mentre l’istituto bancario restituì alla Tesoreria Generale della Sicurezza Sociale 39.176,22 euro corrispondenti alle somme percepite tra gennaio 2016 e dicembre 2019. Il conto non fu cancellato fino all’anno 2021.

"OCULTACIÓN CONSCIENTE"

I magistrati segnalano che la Sicurezza Sociale e la banca non portarono a termine un adeguato controllo sulla sopravvivenza dell’intestataria della pensione, "il che non fa che aggiungere la mancanza di controllo con cui detto Istituto e l’ente bancario agirono".

Tuttavia, precisano che tale mancanza di supervisione "non toglie forza fattuale ai fini di segnalare che le entrate della pensione della defunta delle quali la nipote si è avvantaggiata erano indebite".

Nella sentenza si sottolinea che "il carattere indebito della percezione della pensione risulta dalla logica stessa delle cose e anche dalle disposizioni normative che regolano tale percezione".

Il tribunale precisa che "in effetti, il tipo penale si riempie con l'espressione del godimento di una pensione mediante l'occultamento consapevole di fatti dei quali aveva l'obbligo di informare, obbligo di informare che sorge dalla normativa applicabile su detta percezione".

Qualifica la condotta come "percezione economica indebita" e fissa in 29.658 euro la somma che la donna deve versare alla Seguridad Social a titolo di responsabilità civile.

La cifra, spiegano i giudici, corrisponde a "l'importo delle percezioni indebite una volta sottratte le somme che sono state restituite, concretamente la somma che risulta sottraendo ai 61.834 euro 39.176 euro".