Il CGPJ studia di limitare chi può presentare reclami contro i giudici

Il Consiglio Generale del Potere Giudiziario sta preparando una riforma del suo regolamento disciplinare che ridurrebbe le persone legittimate a denunciare possibili comportamenti irregolari di giudici e magistrati. Secondo la proposta nota, potrebbero presentare un reclamo solo coloro che sono parte diretta nel procedimento giudiziario, mentre rimarrebbero esclusi cittadini, collettivi o associazioni non costituite, anche se conoscono atti pubblici del giudice.

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Il Consiglio Generale del Potere Giudiziario studia una riforma del suo regolamento che limiterebbe chi può presentare reclami per un possibile comportamento disciplinare di un giudice. La proposta prevede di restringere la legittimazione a coloro che sono parte diretta nel procedimento giudiziario, in modo che solo le persone costituite in una causa potrebbero rivolgersi all'organo di governo dei giudici per denunciare atti che considerano irregolari.

Il cambiamento comporterebbe l'esclusione di cittadini, collettivi e associazioni che non fanno parte del processo, anche se hanno conosciuto un'azione pubblica del magistrato e ritengono che possa avere rilevanza disciplinare. La riforma escluderebbe anche le denunce anonime e i scritti offensivi, con l'obiettivo dichiarato di ordinare il canale di presentazione dei reclami e evitare usi abusivi del sistema.

Cosa cambierebbe e cosa non cambierebbe

La riforma non impedirebbe al CGPJ di agire d'ufficio quando ha conoscenza di fatti con possibile rilevanza disciplinare. Vale a dire, anche se una persona non legittimata non potesse avviare formalmente un reclamo, l'organo di governo dei giudici conserverebbe margine per aprire atti se rileva indizi sufficienti per altre vie.

Non cambierebbe nemmeno la natura di questi reclami. Una denuncia disciplinare presso il CGPJ non serve per revocare una sentenza, modificare un'ordinanza né correggere una risoluzione giudiziaria concreta. Per questo esistono i ricorsi processuali ordinari e straordinari all'interno di ogni procedimento. La via disciplinare si dirige a esaminare il comportamento professionale del giudice, non il contenuto giuridico delle sue decisioni.

Il dibattito di fondo: trasparenza o protezione contro campagne

La proposta apre un dibattito delicato all'interno dello stesso organo giudiziario. Alcuni membri temono che limitare la presentazione di reclami possa ridurre la trasparenza e rendere difficile che determinate azioni conosciute pubblicamente arrivino al CGPJ per iniziativa cittadina o associativa. Da questa prospettiva, chiudere la porta a collettivi non costituiti potrebbe indebolire un canale di controllo su comportamenti che, anche se si verificano in un procedimento concreto, hanno impatto pubblico.

I suoi difensori sostengono il contrario: che la riforma servirebbe per evitare campagne organizzate, denunce massicce senza fondamento o scritti utilizzati come strumento di pressione contro giudici concreti. L'obiettivo, secondo questa visione, sarebbe proteggere l'indipendenza giudiziaria di fronte a iniziative che non cercano di depurare responsabilità reali, ma di condizionare l'azione dei magistrati mediante pressione esterna.

Il contesto del caso Peinado

Il dibattito coincide con le indagini aperte per varie denunce contro Juan Carlos Peinado, il giudice che istruisce la causa su Begoña Gómez. Quel contesto aggiunge carico politico e giudiziario a una riforma che, in principio, avrebbe portata generale, ma che arriva in un momento di forte tensione tra il Potere Giudiziario, il Governo e i partiti.

Le denunce contro giudici in cause di alto profilo tendono a generare una doppia lettura. Per alcuni, sono una via legittima per chiedere spiegazioni su azioni che possono influenzare diritti o garanzie processuali. Per altri, diventano strumenti di pressione politica quando vengono presentate in modo coordinato o da attori estranei al procedimento.

Una proposta ancora non approvata

La riforma non è approvata. Fino a quando non terminerà la sua trattazione, continua a essere vigente il procedimento attuale, che consente di presentare denunce con un margine più ampio di quello previsto nella proposta. Il dibattito interno nel CGPJ dovrà determinare se mantenere quel modello o se introdurre una restrizione formale su chi può attivare la via disciplinare.

La decisione avrà impatto sulla relazione tra cittadinanza, associazioni e organo di governo dei giudici. In sostanza, il CGPJ deve risolvere come bilanciare due obiettivi che possono entrare in tensione: garantire che esistano canali per denunciare comportamenti giudiziari rilevanti e evitare che quei canali diventino uno strumento di logoramento o intimidazione contro magistrati che istruiscono questioni sensibili.

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