Il capo del Consiglio Supremo di Sicurezza dell'Iran, Mohsen Rezai, ha sottolineato questa domenica che Washington ha dato il suo benestare a parte delle sette richieste formulate da Teheran per permettere la riapertura dello stretto di Hormuz, anche se, in termini generali, considera che la risposta statunitense risulta "inadeguata".
"Gli Stati Uniti hanno accettato alcune delle sette condizioni dell'Iran, ma riteniamo che la loro risposta sia inadeguata", ha indicato Rezai in un messaggio diffuso attraverso i social media, dove ha inoltre sottolineato che "la diplomazia iraniana è cambiata e non ci sarà un ritorno allo 'statu quo ante'".
In questo stesso contesto, ha attaccato l'ex presidente statunitense affermando che "Trump, ingannato dalla fantasia di conquistare l'Iran, ha lanciato una delle guerre più stupide della storia umana dopo essere stato raggirato da (il primo ministro israeliano, Benjamin) Netanyahu".
Secondo Rezai, gli Stati Uniti "hanno fallito nel loro tentativo di riaprire Hormuz e ricorrono al contrabbando" e ha denunciato che "le forze militari statunitensi non erano mai scese così in basso", dichiarazioni che ha anche diffuso sui suoi profili ufficiali.
La televisione pubblica iraniana Press TV ha trasmesso questa domenica un'intervista con Rezai in cui ha ribadito che "non ci sarà negoziazione a meno che le sette condizioni" poste da Teheran non vengano soddisfatte nella loro interezza.
In quella conversazione, il responsabile del Consiglio Supremo di Sicurezza ha precisato che "gli statunitensi ci hanno già risposto. Nella loro risposta accettano alcune delle nostre condizioni, mentre la situazione di altre rimane poco chiara e ci sono ambiguità".
Rezai ha avvertito inoltre che, se riprenderanno le ostilità, si dirigeranno contro "nuovi obiettivi" e ha fatto riferimento in modo specifico a "attivi di alto valore" situati negli Emirati Arabi Uniti e nell'area dello stretto di Hormuz.
Ha sottolineato che i cavi internet, i centri di dati, le strutture di intelligenza artificiale e altre infrastrutture critiche localizzate nella zona "saranno distrutti" in caso di un'escalation militare, mantenendo così la pressione sugli Stati Uniti e sui loro alleati nella regione.