Migliaia di persone si sono nuovamente concentrate questo lunedì nelle strade dell'Albania per il quattordicesimo giorno consecutivo per protestare contro il Governo e chiedere le dimissioni del primo ministro, Edi Rama. Le mobilitazioni, che continuano da due settimane, sono principalmente sostenute da collettivi studenteschi e formazioni dell'opposizione.
A Tirana, la capitale, si sono verificati di nuovo scontri con la Polizia, che ha impiegato gas lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere i gruppi più numerosi. Nonostante ciò, i partecipanti hanno ribadito che "non si tireranno indietro" e hanno continuato con le loro rivendicazioni nel centro della città.
I convocatori, che hanno già ottenuto il sostegno di diversi settori professionali, tra cui parte del personale docente, hanno chiamato a una grande protesta alle 14.00 (ora locale) di fronte al Ministero dell'Istruzione per mantenere la pressione, secondo le informazioni diffuse dal quotidiano "Gazeta Shqiptare".
Tra le loro principali richieste figurano la riduzione delle tasse universitarie e un incremento della spesa pubblica destinata all'istruzione, oltre a denunce sulla corruzione nel sistema educativo. Anche se i manifestanti mostrano un rifiuto frontale verso Rama, criticano anche il leader dell'opposizione e ex primo ministro Sali Berisha, e intonano slogan come "Rama in prigione; Berisha in prigione".
Le proteste si inseriscono nella cosiddetta Rivoluzione dei Fenicotteri, un movimento che, sebbene ora abbia come asse le rivendicazioni in materia educativa, si oppone anche a un progetto immobiliare sulla costa adriatica in cui è coinvolto il genero del presidente statunitense Donald Trump, Jared Kushner.
Rama ha difeso pubblicamente il dispositivo delle forze di sicurezza e ha attaccato i mezzi di comunicazione, che accusa di "glorificare e relativizzare" gli scontri tra manifestanti e Polizia. Ha ribadito la sua disponibilità a dialogare con gli studenti, ma ha avvisato che "ci saranno conseguenze" per coloro che "ricorreranno alla violenza" nel contesto di queste mobilitazioni, che finora hanno lasciato centinaia di arrestati.