Il settore del vending chiede modifiche nel decreto sull’alimentazione sana per evitare la perdita di 2.000 posti di lavoro

Aneda reclama cambiamenti nel decreto sull’alimentazione sana avvertendo dei rischi per 2.000 posti di lavoro e 18 milioni annui in canoni del vending pubblico.

fotonoticia 20261031133914 1920

fotonoticia 20261031133914 1920

Aggiungi DEMOCRAT su Google

Chiedi a FREN

Pubblicato

3 minuti

I più letti

Elecciones 29N · Encuestas

La media de las encuestas

Media a 27 de octubre de 2026 · 15 institutos

  • PP31,0 %
  • PSOE27,3 %
  • Vox18,9 %
  • Frente Amplio6,3 %
  • Podemos2,9 %
  • ERC2,3 %
010203040ene 2024jul 2024ene 2025jul 2025ene 2026jul 2026

Media del último estudio de cada instituto en 30 días y su evolución semanal desde el 23J. Partidos con al menos un 2 %.

Todas las encuestas

Elecciones generales del 29 de noviembre · Demócrata

L'Associazione Nazionale Spagnola dei Distributori Automatici (Aneda) ha sollecitato questo sabato a modificare il regio decreto sull'alimentazione sana, avvertendo che la sua formulazione attuale potrebbe comportare la distruzione di circa 2.000 posti di lavoro nel settore e la perdita di circa 18 milioni di euro annui in canoni provenienti da ospedali e altri centri pubblici.

Secondo i calcoli della patronale, l'attività di vendita automatica in ospedali e strutture pubbliche apporta quasi 60 milioni di euro all'anno in canoni. Tuttavia, l'applicazione "rigorosa" della nuova normativa ridurrebbe tale cifra di circa 18 milioni annui, dei quali otto milioni si perderebbero in ospedali e centri sanitari e sociosanitari, mettendo in pericolo circa 2.000 posti di lavoro diretti e indiretti, secondo quanto dettaglia in un comunicato.

Aneda sottolinea che il settore sostiene l'obiettivo di promuovere un'alimentazione più sana, ma avverte che il progetto normativo presenta "problemi giuridici" e "non valuta il suo impatto" su lavoratori autonomi e piccole imprese, che costituiscono una parte rilevante del tessuto imprenditoriale del 'vending'.

Per questo motivo, l'associazione ha chiesto al Governo di non dare luce verde "affrettata" al "Regio Decreto sull'alimentazione sana e sostenibile nei centri pubblici e sociosanitari", promosso dal Ministero dei Diritti Sociali, Consumo e Agenda 2030 e la cui approvazione nel Consiglio dei Ministri potrebbe avvenire in modo "imminente", e che "mantenga aperto il dialogo per correggere gli aspetti" che riguardano la vendita automatica.

"Una norma approvata in fretta e con problemi giuridici che risultano dalla sua stessa procedura non migliorerà la salute di nessuno: genererà contenziosi, macchine vuote e meno servizio per chi ne ha più bisogno", afferma la direttrice generale di Aneda, Yolanda Carabante.

Carabante chiede che la promozione di una dieta più sana non venga portata avanti "a costo di imporre misure che ignorino la realtà del settore" e sostiene che hanno già trasmesso proposte tecniche per "migliorare" il testo con l'obiettivo che la regolamentazione risulti "fattibile" nella pratica.

L'organizzazione ricorda che in numerosi ospedali, residenze e altri centri pubblici le macchine distributrici costituiscono "l'unico" servizio di alimentazione accessibile durante la notte, i fine settimana o quando la caffetteria rimane chiusa e che svolgono "una funzione complementare, distinta dall'alimentazione programmata di pazienti e residenti", qualcosa che, a suo giudizio, deve essere valutato nell'applicare la norma.

Inoltre, critica la "intensità" delle restrizioni previste, che considera "particolarmente difficili da applicare" in un servizio che non opera come una caffetteria convenzionale né come una mensa collettiva, per il suo formato automatizzato e per il modo in cui si organizza l'offerta di prodotti.

In parallelo, Aneda rivendica che i nuovi obblighi possano essere assunti con il parco attuale di macchine, rispettando la loro configurazione di zone fredde, sistemi di dispensazione e capacità, poiché rinnovare le attrezzature, cambiare gli assortimenti e aumentare la frequenza di rifornimento implicherebbe investimenti e costi "significativi". A suo giudizio, gli autonomi e i piccoli operatori, con minore muscolo finanziario e presenza in ubicazioni a bassa fatturazione, sono coloro che "meno margine hanno per assumere" tali esborsi.

La patronale avverte inoltre che imporre assortimenti lontani dalla domanda "reale" può rendere "inviabili" numerosi punti vendita, derivare in macchine senza prodotto e lasciare deserti i bandi pubblici. Aggiunge che esistono diversi "problemi giuridici" che devono essere corretti per evitare che il decreto possa essere annullato o che centri e operatori rimangano in una situazione di "insicurezza giuridica". In questo contesto, spiega di aver inviato a diversi ministeri una nota tecnica con proposte concrete che "risolverebbero questi problemi senza alterare gli obiettivi di salute pubblica del regio decreto".

Tra le misure proposte, Aneda cita l'estensione a 24 mesi del termine di adeguamento del 'vending', così come prevede la relazione del progetto rispetto ai 12 mesi fissati nell'articolato, oltre a garantire la protezione dei contratti attualmente in vigore.

Il ministro dei Diritti Sociali, Consumo e Agenda 2030, Pablo Bustinduy, ha sottolineato recentemente che questo regio decreto "è probabilmente la misura più importante" che resta al suo Dipartimento da portare avanti. Ha ammesso che l'iniziativa "genera forti resistenze perché ci sono 'lobbys' che non hanno molto interesse" che venga approvata e ha ribadito che "la norma è pronta".