La Suprema assolve l'autore di messaggi sul bambino di Totalán ritenendo che non siano reato

La Suprema annulla la condanna a un uomo per i suoi messaggi su X riguardo a Julen, ritenendo che, sebbene insensibili, siano protetti dalla libertà di espressione.

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La Corte Suprema ha annullato la condanna per reato contro l'integrità morale inflitta a un uomo per vari commenti pubblicati sulla rete sociale X dopo la caduta nel pozzo di Julen, il bambino di due anni morto a Totalán (Málaga) nel gennaio del 2019. La Sezione Penale conclude che si tratta di espressioni prive di empatia, ma non costitutive di illecito penale.

In una sentenza riportata da Europa Press, l'alto tribunale accoglie il ricorso per cassazione dell'imputato e revoca la sentenza emessa da un Giudice di Pace di Madrid, successivamente confermata dalla Corte Provinciale, che gli aveva inflitto 18 mesi di carcere e il pagamento di 6.000 euro di indennizzo ai genitori del minore.

I magistrati, basandosi sulla dottrina della Corte Costituzionale e della Corte Europea dei Diritti Umani, inquadrano quei messaggi all'interno della libertà di espressione e concludono che non rientrano nel tipo penale di reato contro l'integrità morale, nonostante la "mancanza di sensibilità" che hanno rappresentato per i genitori del bambino.

"Indubbiamente, le espressioni proferite peccano di una mancanza di sensibilità verso il dolore di dei genitori per la perdita del minore e che, angustiati, constatano gli sforzi denigrati per salvare la vita di loro figlio che era accidentalmente caduto nel pozzo", segnalano i giudici, mentre mostrano "solidarietà verso la famiglia per la sofferenza che la situazione esposta nel fatto provato riferisce".

Secondo quanto riportato nella risoluzione, l'imputato ha sostenuto che le sue pubblicazioni erano epigrammi di carattere satirico o critico, non diretti a insultare i genitori né il minore, ma a mettere in discussione la copertura mediatica dell'evento e il sistema di diffusione continua di notizie dal luogo dei fatti, che a suo avviso non forniva informazioni rilevanti.

La Suprema sottolinea che "ciò che era rilevante per l'autore" era ridicolizzare l'attenzione informativa e "la copertura del fatto, non intendeva aggredire il minore e la sua famiglia, che non conosceva né arrivò a rappresentarsi il danno subito da quelle persone".

"Erano tangenziali alla pubblicazione dei suoi epigrammi. Se non c'è destinatario dell'affronto pubblicato, non c'è attacco all'integrità morale del soggetto passivo e la condotta si inquadra nella libertà di espressione", ragiona il tribunale.

La Corte ricorda che "la tipicità del reato contro l'integrità morale richiede un'azione diretta a infliggere un grave danno all'integrità morale", per cui, per evitare "un eccesso nella sua applicazione", la condotta degradante deve essere grave, normalmente reiterata, e verificarsi in un contesto di relazione tra autore e vittima in cui l'azione sia diretta in modo diretto a ledere un diritto personalissimo di questa.

Riferimento al caso del 'tour della Manada'

"Perché l'integrità morale fa parte della dignità di una persona ed è necessario che l'azione attacchi il soggetto passivo, allo stesso modo in cui nell'articolo 510 del Codice Penale l'azione è diretta contro collettivi vulnerabili e il suo contenuto deve essere di tale gravità da compromettere le norme di convivenza sociale", aggiunge la sentenza.

In questa linea, i magistrati portano alla ribalta una risoluzione della Corte Costituzionale che nel 2025 ha concesso l'amparo a un condannato per aver organizzato un cosiddetto 'Tour della Manada', di presunto carattere sarcastico, che proponeva un itinerario per le strade e i luoghi legati alla violazione di una donna a Pamplona nel 2016.

La Corte Costituzionale sottolineò allora, ricorda ora la Corte Suprema, che nonostante la "gravità" dei fatti e la "scarsa empatia" mostrata nei confronti della vittima, non era stato analizzato il caso dalla prospettiva oggettiva della sua relazione con la libertà di espressione e di creazione.

Inoltre, la sentenza della Corte Suprema menziona che la CEDU ha fissato diversi criteri per valutare questo tipo di casi: il contesto in cui vengono emesse le espressioni, le capacità personali dell'autore, la natura e il tono del linguaggio utilizzato, la possibile reiterazione del contenuto offensivo, il mezzo impiegato per la sua diffusione e le condizioni concrete di quella diffusione.

Tuttavia, la Corte Suprema puntualizza che "l'antigiuridicità che, senza dubbio, circonda il fatto dichiarato provato può essere oggetto di compensazione per via della responsabilità civile a cui si riferisce la legge di protezione dell'onore e dell'immagine personale", lasciando aperta la possibilità di reclamare per quella via senza ricorrere all'ambito penale.

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