La Procura impugna l’assoluzione del migrante accusato di usare gas urticante contro due legionari a Ceuta

La Procura ricorre contro l’assoluzione per attentato di un migrante che ha usato gas urticante contro due legionari a Ceuta e chiede quattro anni di carcere.

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La Procura ha presentato ricorso contro la sentenza che ha lasciato senza condanna per il reato di attentato contro l’autorità un cittadino marocchino a cui si attribuiva di aver spruzzato con gas peperino due militari della Legione nella notte tra il 7 settembre scorso, nel poligono del Tarajal di Ceuta.

Il Pubblico Ministero ha chiesto all’Audiencia Provincial de Cádiz, la cui sede si trova nella città autonoma, di riesaminare la decisione e ribadisce la sua richiesta di quattro anni di reclusione per detto reato, aggravato dall’uso di uno strumento pericoloso.

Fonti giudiziarie citate da Europa Press indicano che la Procura ravvisa una violazione di legge nella risoluzione emessa dal piazzale numero 1 della Sezione di diritto penale del Tribunale di Istanza di Ceuta, per aver omesso un pronunciamento espresso sul reato di attentato. La giudice ha però condannato l’imputato per due reati lievi di lesioni, uno per ciascun legionari, imponendogli una multa di 60 euro in ogni caso.

In via sussidiaria, il Pubblico Ministero chiede che la sentenza venga annullata e che la magistrata del tribunale emetta una nuova risoluzione nella quale si includa una valutazione specifica del presunto attentato contro l’autorità.

Nell’atto di ricorso, la Procura sostiene che i due legionari erano abilitati a fermare l’accusato, poiché quella notte erano stati inviati nel poligono del Tarajal per investigare possibili furti tra i migranti che dormivano nella zona.

Al processo, tenutosi il 19 ottobre, i militari hanno dichiarato di svolgere compiti di “disuasione e vigilanza” e che un gruppo di migranti aveva avvertito loro di un possibile furto. Tuttavia, hanno ammesso di non aver preso dichiarazioni a nessuna vittima né di aver assistito direttamente ad alcun reato sul luogo.

La sentenza ha qualificato come “confuse” le dichiarazioni dei due legionari rilevando contraddizioni sul contesto dell’azione e sulle funzioni che svolgevano quando si è verificato l’incidente.

Due racconti opposti su quanto accaduto

I fatti accertati collocano l’episodio intorno alle 00.30 del 7 settembre, negli insediamenti di migranti vicini ai centri di accoglienza del poligono del Tarajal. La risoluzione riporta che diversi membri delle Forze Armate, correttamente in uniforme, hanno richiesto all’accusato di identificarsi.

L’uomo ha rifiutato di farsi perquisire e, durante la successiva colluttazione, ha azionato un flacone di spray al peperoncino che ha causato reazioni allergiche sugli avambracci desti di entrambi i legionari e tosse irritativa per l’esposizione al gas. I due hanno avuto bisogno di una prima assistenza medica e sono guariti in un giorno, senza conseguenze ulteriori oltre al danno di base.

All’udienza, uno dei militari ha affermato che l’imputato era tenuto per entrambe le braccia quando “ha spruzzato gas al peperoncino”. Il secondo ha offerto, come riporta la sentenza, versioni diverse: in una ha sostenuto che l’uomo ha tirato fuori l’aerosol in modo improvviso dopo essere stato sottoposto a perquisizione e lo ha spruzzato; nell’altra, che si è lanciato addosso a loro e ha usato lo spray quando hanno tentato di immobilizzarlo, anche se ha dichiarato anche che erano riusciti a impedirne l’uso.

L’imputato, dal canto suo, ha dichiarato di essere seduto usando il telefono quando i militari gli hanno chiesto i documenti e che dopo lo hanno colpito e spruzzato con gas al peperoncino. Tramite un interprete, ha raccontato di aver consegnato loro un documento di richiesta di protezione internazionale e che i legionari lo avrebbero strappato, oltre ad assicurare di aver ricevuto calci quando era già a terra.

La difesa ha presentato nelle questioni preliminari un rapporto medico sulle lesioni di cui soffriva l’imputato, tra cui ferite ed ematomi alla testa, interessamento oculare e la perdita di un dente. Tuttavia, la giudice ha respinto l’inserimento di tale documentazione nel procedimento.

Richiesta di espulsione e dubbi sull’azione militare

Il Pubblico Ministero aveva chiesto quattro anni di prigione per un reato di attentato all’autorità aggravato dall’uso di uno strumento pericoloso e aveva proposto di sostituire la pena con l’espulsione dell’imputato in Marocco, con divieto di ingresso in Spagna per dieci anni.

La sentenza, invece, lo ha assolto dall’attentato e lo ha dichiarato responsabile soltanto di due lievi mancanze di lesioni, per cui, non essendo stata inflitta una pena detentiva, la decisione ha disposto la sua immediata rimessa in libertà.

Durante l’udienza, la difesa ha contestato la legittimità e la proporzionalità dell’intervento dei militari, nonché la validità dell’aerosol fornito come strumento del reato, sostenendo che non era stata rispettata una corretta catena di custodia.

L’imputato era arrivato a Ceuta dal Marocco insieme alla massa di persone migranti che è entrata in città durante l’arrivo massiccio registrato a fine luglio, secondo quanto ha spiegato il suo avvocato in giudizio.