Il responsabile del servizio di sicurezza interna israeliano, David Zini, ha chiesto alla Procura generale il permesso di interrogare quattro dirigenti politici arabi, tra cui il leader del partito Raam, Mansur Abbas, per una presunta interferenza nelle elezioni tenutesi lo scorso martedì. La richiesta è già stata respinta dal Pubblico Ministero, che ha motivato l’assenza di indizi solidi contro i soggetti indicati.
Il massimo responsabile dello Shin Bet ha chiesto alla procuratrice generale, Gali Baharav-Miara, l’autorizzazione per interrogare Sami Abu Shehadeh, presidente della formazione Balad; e Ahmad Tibi e un quarto parlamentare, entrambi della Lista Congiunta.
La catena televisiva israeliana i24 ha riferito che quest’ultimo deputato è un membro della Knesset “la cui identità non può essere resa pubblica”.
Di fronte a questa richiesta, la procuratrice generale ha replicato che “in uno Stato di diritto è impossibile interrogare cittadini o incarichi elettivi senza prove che lo giustifichino”.
In dichiarazioni raccolte dal quotidiano 'The Times of Israel', Baharav-Miara ha invitato lo Shin Bet a presentare qualsiasi elemento che abbia in suo possesso e che “giustifichi un’indagine”.
Il partito Likud, guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, ha accusato la procuratrice di bloccare le indagini su una presunta rete di interferenza straniera nelle elezioni israeliane, un caso denunciato lo scorso giovedì e battezzato come 'Ra'amgate'.
Secondo quanto ha indicato la formazione sui social media, “Baharav-Miara sta impedendo allo Shin Bet di applicare misure di indagine (...) e voleva nascondere al pubblico che si tratta di un reato di sicurezza (...) Sta agendo per coprire e sventare l’indagine sulla manipolazione delle elezioni”, mentre ha criticato una “applicazione selettiva della legge”.
Poco prima, il Likud aveva chiesto alla procuratrice di “cessare nei suoi tentativi di coprire e ritardare l’indagine sul caso dell’interferenza straniera nelle elezioni, di smettere di mettere ostacoli allo Shin Bet e di permettere l’indagine sui deputati dei partiti arabi e sui loro assistenti”.
Il partito ha richiamato le parole del giudice Noam Solberg, presidente del Comitato Centrale Elettorale, che inizialmente aveva indicato la possibile azione di agenti esterni che avrebbero influenzato il processo e comprato il voto a favore dei partiti arabi, anche se in seguito ha scartato l’ipotesi di una frode elettorale.
La opposizione lancia l’allarme per una “pericolosa crisi costituzionale”
Il leader dell’opposizione Gadi Eisenkot ha accusato Netanyahu e il Likud di cercare di “portare a compimento un attacco contro la democrazia e lo Stato di diritto”, cosa che ha collegato alla sua “disperazione” per le difficoltà a dar forma a una maggioranza di governo pur avendo vinto le elezioni con 27 seggi.
Eisenkot ha avvertito che “tentano di trascinarci tutti in una pericolosa crisi costituzionale. Purtroppo non è la prima volta. È proprio per questo motivo che non sono degni né idonei a continuare a restare al potere. Ed è per questo che la maggioranza dei cittadini di Israele ha votato contro il fatto che continuassero a ricoprire l’incarico”, secondo quanto ha scritto sui suoi social network.
Il dirigente dell’opposizione ha denunciato che “in questo momento difficile (…) cercano di minare la fiducia della cittadinanza nei risultati elettorali”, e ha sottolineato che “i funzionari del sistema di sicurezza, delle forze dell’ordine e dell’amministrazione pubblica di Israele sono al servizio dello Stato, non del re”. Per concludere, ha rivolto alla popolazione un appello: “Cittadini di Israele, restate saldi. Questo è un momento decisivo per il futuro del Paese come Stato democratico e liberale”.